lunedì 26 marzo 2018

PAOLO MAURENSIG 1994 A SCACCHI E VIOLINO

                                          In occasione del genetliaco di Paolo Maurensig,
                                          un ricordo letterario a Nettuno (Roma) nel 1994
                                                            di Fiore Leveque



 
        PAOLO MAURENSIG E La SUA           
 Variante di Lunenburg (1993) 
                          
  
           Istintivamente questo titolo, che già diversi mesi fa ho notato in una Libreria di Roma, mi ha comunicato una forte sensazione, che mi spinse a sfogliarlo, e a caso il mio sguardo cadde su alcuni passaggi, che mi confermarono il perché di questo senso di attrazione-repulsione: rileggendo ora tutto il testo, in occasione della presentazione al pubblico di questo libro in concorso per il premio Bancarella 1994, ho avvertito quanto la testimonianza storica di uno dei tanti simili eventi legati allo sterminio degli ebrei operato dai nazisti sia concretamente e materialmente forte e avvincente, fino a perdertici, come in un infinito Labirinto, e come il senso di repulsione avveniva in me per il rifiuto di restare preda di un umore fosco, di quella particolare aria di perdizione in cui quasi aleggiano i personaggi, soprattutto quelli rappresentati dai due –non si comprende bene chi protagonista, chi antagonista: la repulsione per la violenza persecutoria  nazista e quella imperdonabile contro-nazista.
          L’EROE e L’ANTIEROE, simbolicamente rappresentati da due geniali scacchisti, il primo, un aristocratico tedesco, e l’altro un borghese ebreo, si muovono come un Re bianco e un Re nero, insieme con altri pezzi umani, più o meno importanti, su di una scacchiera letteraria, ove Paolo Maurensig – quasi Deus ex Machina – dirige e sviluppa un gioco che avviluppa, cioè ricopre di ulteriori sensi reconditi, il già da tempo insito in sé aspetto esoterico e dualistico di paralleli sentieri di caselle bianche e nere in diagonale, il cui calcolo geometricamente progressivo all’infinito tanto di ragione e di vita costò al Re, all’inventore, e quanta violenza ha perpetuato finora direttamente sugli scacchisti a livello fisico, e… - come ipotizza uno dei due personaggi reali del libro – “quanta tragedia indirettamente, FORSE, su grandi masse di gente, a livello metafisico”.
          Maurensig cita come infatti “secondo lo psicoanalista Reuben Fine uno dei più grandi scacchisti mondiali, esistono due specie antitetiche nel mondo degli scacchi (ma anche nell’Arte), “l’Eroe e l’Antieroe”: per il primo ogni vittoria è vita, il continuo procrastinare l’evento morte finale, cui ad ogni sconfitta teme di dover cedere; il secondo, invece, “come Lasker, non è un predestinato: non vende l’anima al diavolo incondizionatamente, ma stila qualche clausola a proprio favore. Non vive solo per gli scacchi”. È in quel “ma”, che non esclude del tutto diaboliche condizioni, che io vedo comunque rappresentati in queste due figure due opposti aspetti della stessa medaglia.
          In questa storia “due opposte polarità”, quasi karmicamente si incontravano, si perdevano, si ricercavano, e si ritrovavano, sacrificando i propri pezzi materiali e umani con freddo cinismo e statica classicità tradizionale l’uno, eroe, e con elastico moderno dinamismo, non esente da quella pavidità giustificabile, ma non per lui, l’altro, l’antieroe. Quest’ultimo infatti viene salvato in extremis dalla fucilazione nel campo di Bergen-Belsen, grazie all’eroe nazista, che non aveva nessuno come il giudeo così bravo con cui giocare: ma pretende di volta in volta che sia prevista come posta la vita di altri giudei.
          All’Antieroe rimorde poi che, per la conservazione di sé, si sia prestato a tale così mostruoso gioco, in cui comunque due elementi fondamentali impregnano di sé tutto lo scritto: la cosiddetta “Variante di Lunenburg” (la Landa a Bergen-Belsen), consistente nel sacrificare un cavallo, per il nero, in cambio di due pedoni, ma impedendo al bianco di custodire il re e iniziare così a minacciarlo… contentandosi il bianco di restare a lungo in posizione di difesa. Ed è grazie a questa Variante, oggetto d’odio/amore da parte del nazista, che – data per sicura come vittoriosa all’80% - usata dal Giudeo, rende possibile la salvezza di moltissimi – non tutti – dei deportati messi in posta.
          L’altro elemento, direttamente collegato al Gioco, e alle sue finalità, e l’ATTENZIONE, vista come un trascendere dal quotidiano coinvolgimento dualistico del bianco/nero, passione/ragione…un’attenzione estrema sull’oggetto in gioco, o sul gioco in oggetto, con cui porsi come sotto una campana di vetro, dentro cui niente altro deve venire a turbare o inquinare il pensiero creatore, quella attenzione che si ritrova nella pratica Yoga, del Buddismo Zen, in cui bisogna riporre attenzione solo nel respiro, divenendo soffio stesso tutta la persona, soffio creatore appunto.
          Ma è l’uso annichilente che se ne fa nell’eroe, e purtroppo deteriore, comunque, nell’antieroe, che mi lascia perplesso, a pag. 95 “…storia non solo di rivalità terrena, ma anche quella di un’AVVERSITA’…” come “forza incontrastabile mossa tuttavia da una INTELLIGENZA capace non solo di provocare eventi ineluttabili, ma anche di… instillare in noi, in un atto di sopraffazione estrema, il dubbio e infine la certezza di essere noi stessi, assieme alla Divinità che ci regge, il solo male esistente”.
          Ciò che rende la questione controversa è il rilevare da un lato, che l’attenzione estrema di ogni gesto instaura un processo, che è essenzialmente di equilibrio vitale, viceversa la disattenzione vi provoca rottura, instaurando un processo tipo fissione, per l’appunto, nucleare, per il suo largo propagarsi; e poiché in entrambi l’attenzione resta solo un intento, senza alcuna voglia di realizzazione radicale e divina, ecco che la Divinità che ci regge, con Attenzione, non la vedo conciliarsi con quell’ “essere noi stessi il solo male esistente” se non quando infrangiamo il rapporto con quella stessa divinità/intelligenza, a causa di una nostra disattenzione, sinonimo di seppur minima egoicità.
          Quella stessa attenzione infatti con cui i Sacerdoti Maya, in feste sacre, si cimentavano, come nella pelota moderna, ma nell’afferrare la palla erano consapevoli che sarebbe bastato un solo sbaglio, d’uno di loro, a far precipitare il sole; la disattenzione, viceversa, può far sì che “ogni fenomeno” dice il Giudeo “anche di  vastissime proporzioni, sia riconducibile a un infinitesimale punto di partenza… arrivo perfino a convincermi che l’origine stessa di quell’inarrestabile reazione a catena, che finì in breve per sconvolgere il mondo (Nazismo e sterminio) sia proprio lì, in una delle sale del sontuoso Hotel Friederichsbad, nel momento in cui, adolescenti, ci scontrammo per la prima volta su una scacchiera”.
          E qui, sempre in modo controverso, appare chiaro come l’uomo è responsabile di ogni suo minimo atto, poiché basta una piccola folata, un minimo gesto INCONSULTO, per innescare un turbine e una tromba ciclonica, viceversa un atto cosciente protegge, o ripara i guasti di quell’atto determinati dall’impazienza, dalla mancanza di speranza, e quindi dalla disperazione.
          Il Giudeo antieroe invece, pur conscio di ciò, s’inabissa assieme non alla sua divinità, che lo chiama all’atto cosciente, alla vera attenzione, alla prudenza, all’amore, che è capire le esigenze di ogni cosa, e perdona quindi settanta volte sette – ma assieme al suo “diaballo”, l’eroe nazista, cui risponde con un giudaico vetero-biblico occhio per occhio… Del resto non ha il suo pezzo più forte (un giovane figlio adottivo, anche lui malato di scacchi, il Messaggero di Morte) fatto quasi un patto col diavolo (il Giudeo stesso, antieroe) pur di impadronirsi del gioco sulla “scacchiera del dolor”?
          Quel che al primo impatto pare esistere letterariamente come una TRINITA’, composta da narranti e descriventi  IO/Padre, Giudeo – IO/Figlio/Messaggero di Morte – IO/Autore invisibile/Spirito e divinità creatrice del testo, si traduce in una dualistica, manicheica vicenda in cui Giudeo e Figlio paiono caratterizzarsi di vita propria, autonomamente rivendicarla, recidendo il cordone ombelicale dal loro IO/Autore /Maurensig, che li lascia, pirandelliano, incontrollati orfani, alla ricerca di altro autore, più adatto e confacente forse a quell’umore di “senso onirico che ha da tempo invaso anche la veglia, onde aggrapparsi a questa vita immaginando di giocare a scacchi, un nichilistico IO/SATAN, riposto nella sfera dell’Eroe nazista”.
          Caro Paolo Maurensig, non ti bastava aver posto dall’altra sponda l’eroico Satan/Nazista, ti lasci scappare anche quel promettente umano antieroe, col suo figlio plagiato? Non ti senti ora solo? Ma tu, io lo vedo, quale IO/Auctor, potrai tutti loro, e tutto, ricapitolare in te, poiché capace, io lo sento, di ricreare in te altra Divina Trinità. 


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Paolo maurensig, col suo libro “La Variante di Lunenburg”, del 1993, è alla sua 10^ edizione
presso Adelphi Editore, finalista, secondo Selezione  Premio Bancarella, luglio 1994,
il 19 agosto sarà presente, a disposizione del pubblico, presso la nuova libreria “Pagina 33”,
Via Cattaneo, 33, dalle ore 19.00; dopodiché, alle ore 20,30 l’autore sarà presentato da “Pagina 33”, in un pubblico Incontro, con assicurata presenza del Sindaco, Giuseppe Monaco, nell’ex Sala del Consiglio, 1° piano del Comune di Nettuno. Onde apre un libero dibattito, l’argomento sarà introdotto dal Dottor Fiore Leveque, autore dell’appassionata recensione, qui distesa.


  

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