un ricordo letterario a Nettuno (Roma) nel 1994
di Fiore Leveque
PAOLO MAURENSIG E La SUA
Variante di Lunenburg (1993)
Istintivamente
questo titolo, che già diversi mesi fa ho notato in una Libreria di Roma, mi ha
comunicato una forte sensazione, che mi spinse a sfogliarlo, e a caso il mio
sguardo cadde su alcuni passaggi, che mi confermarono il perché di questo senso
di attrazione-repulsione: rileggendo ora tutto il testo, in occasione della
presentazione al pubblico di questo libro in concorso per il premio Bancarella
1994, ho avvertito quanto la testimonianza storica di uno dei tanti simili
eventi legati allo sterminio degli ebrei operato dai nazisti sia concretamente
e materialmente forte e avvincente, fino a perdertici, come in un infinito
Labirinto, e come il senso di repulsione avveniva in me per il rifiuto di
restare preda di un umore fosco, di quella particolare aria di perdizione in
cui quasi aleggiano i personaggi, soprattutto quelli rappresentati dai due –non
si comprende bene chi protagonista, chi antagonista: la repulsione per la
violenza persecutoria nazista e quella
imperdonabile contro-nazista.
L’EROE e
L’ANTIEROE, simbolicamente rappresentati da due geniali scacchisti, il primo,
un aristocratico tedesco, e l’altro un borghese ebreo, si muovono come un Re
bianco e un Re nero, insieme con altri pezzi umani, più o meno importanti, su
di una scacchiera letteraria, ove Paolo Maurensig – quasi Deus ex Machina –
dirige e sviluppa un gioco che avviluppa, cioè ricopre di ulteriori sensi
reconditi, il già da tempo insito in sé aspetto esoterico e dualistico di
paralleli sentieri di caselle bianche e nere in diagonale, il cui calcolo
geometricamente progressivo all’infinito tanto di ragione e di vita costò al
Re, all’inventore, e quanta violenza ha perpetuato finora direttamente sugli
scacchisti a livello fisico, e… - come ipotizza uno dei due personaggi reali
del libro – “quanta tragedia indirettamente, FORSE, su grandi masse di gente, a
livello metafisico”.
Maurensig
cita come infatti “secondo lo psicoanalista Reuben Fine uno dei più grandi
scacchisti mondiali, esistono due specie antitetiche nel mondo degli scacchi
(ma anche nell’Arte), “l’Eroe e l’Antieroe”: per il primo ogni vittoria è vita,
il continuo procrastinare l’evento morte finale, cui ad ogni sconfitta teme di
dover cedere; il secondo, invece, “come Lasker, non è un predestinato: non
vende l’anima al diavolo incondizionatamente, ma stila qualche clausola a
proprio favore. Non vive solo per gli scacchi”. È in quel “ma”, che non esclude
del tutto diaboliche condizioni, che io vedo comunque rappresentati in queste
due figure due opposti aspetti della stessa medaglia.
In questa
storia “due opposte polarità”, quasi karmicamente si incontravano, si
perdevano, si ricercavano, e si ritrovavano, sacrificando i propri pezzi
materiali e umani con freddo cinismo e statica classicità tradizionale l’uno,
eroe, e con elastico moderno dinamismo, non esente da quella pavidità giustificabile,
ma non per lui, l’altro, l’antieroe. Quest’ultimo infatti viene salvato in
extremis dalla fucilazione nel campo di Bergen-Belsen, grazie all’eroe nazista,
che non aveva nessuno come il giudeo così bravo con cui giocare: ma pretende di
volta in volta che sia prevista come posta la vita di altri giudei.
All’Antieroe
rimorde poi che, per la conservazione di sé, si sia prestato a tale così
mostruoso gioco, in cui comunque due elementi fondamentali impregnano di sé
tutto lo scritto: la cosiddetta “Variante di Lunenburg” (la Landa a
Bergen-Belsen), consistente nel sacrificare un cavallo, per il nero, in cambio
di due pedoni, ma impedendo al bianco di custodire il re e iniziare così a
minacciarlo… contentandosi il bianco di restare a lungo in posizione di difesa.
Ed è grazie a questa Variante, oggetto d’odio/amore da parte del nazista, che –
data per sicura come vittoriosa all’80% - usata dal Giudeo, rende possibile la
salvezza di moltissimi – non tutti – dei deportati messi in posta.
L’altro
elemento, direttamente collegato al Gioco, e alle sue finalità, e l’ATTENZIONE,
vista come un trascendere dal quotidiano coinvolgimento dualistico del
bianco/nero, passione/ragione…un’attenzione estrema sull’oggetto in gioco, o
sul gioco in oggetto, con cui porsi come sotto una campana di vetro, dentro cui
niente altro deve venire a turbare o inquinare il pensiero creatore, quella
attenzione che si ritrova nella pratica Yoga, del Buddismo Zen, in cui bisogna
riporre attenzione solo nel respiro, divenendo soffio stesso tutta la persona,
soffio creatore appunto.
Ma è l’uso
annichilente che se ne fa nell’eroe, e purtroppo deteriore, comunque,
nell’antieroe, che mi lascia perplesso, a pag. 95 “…storia non solo di rivalità terrena, ma anche quella di
un’AVVERSITA’…” come “forza
incontrastabile mossa tuttavia da una INTELLIGENZA capace non solo di provocare
eventi ineluttabili, ma anche di… instillare in noi, in un atto di
sopraffazione estrema, il dubbio e infine la certezza di essere noi stessi,
assieme alla Divinità che ci regge, il solo male esistente”.
Ciò che rende
la questione controversa è il rilevare da un lato, che l’attenzione estrema di
ogni gesto instaura un processo, che è essenzialmente di equilibrio vitale,
viceversa la disattenzione vi provoca rottura, instaurando un processo tipo
fissione, per l’appunto, nucleare, per il suo largo propagarsi; e poiché in
entrambi l’attenzione resta solo un intento, senza alcuna voglia di
realizzazione radicale e divina, ecco che la Divinità che ci regge, con
Attenzione, non la vedo conciliarsi con quell’ “essere noi stessi il solo male
esistente” se non quando infrangiamo il rapporto con quella stessa
divinità/intelligenza, a causa di una nostra disattenzione, sinonimo di seppur
minima egoicità.
Quella stessa
attenzione infatti con cui i Sacerdoti Maya, in feste sacre, si cimentavano,
come nella pelota moderna, ma nell’afferrare la palla erano consapevoli che
sarebbe bastato un solo sbaglio, d’uno di loro, a far precipitare il sole; la
disattenzione, viceversa, può far sì che “ogni
fenomeno” dice il Giudeo “anche
di vastissime proporzioni, sia
riconducibile a un infinitesimale punto di partenza… arrivo perfino a
convincermi che l’origine stessa di quell’inarrestabile reazione a catena, che
finì in breve per sconvolgere il mondo (Nazismo e sterminio) sia proprio lì, in
una delle sale del sontuoso Hotel Friederichsbad, nel momento in cui,
adolescenti, ci scontrammo per la prima volta su una scacchiera”.
E qui, sempre in modo controverso, appare chiaro come l’uomo
è responsabile di ogni suo minimo atto, poiché basta una piccola folata, un
minimo gesto INCONSULTO, per innescare un turbine e una tromba ciclonica,
viceversa un atto cosciente protegge, o ripara i guasti di quell’atto
determinati dall’impazienza, dalla mancanza di speranza, e quindi dalla
disperazione.
Il Giudeo
antieroe invece, pur conscio di ciò, s’inabissa assieme non alla sua divinità,
che lo chiama all’atto cosciente, alla vera attenzione, alla prudenza,
all’amore, che è capire le esigenze di ogni cosa, e perdona quindi settanta
volte sette – ma assieme al suo “diaballo”, l’eroe nazista, cui risponde con un
giudaico vetero-biblico occhio per occhio… Del resto non ha il suo pezzo più
forte (un giovane figlio adottivo, anche lui malato di scacchi, il Messaggero
di Morte) fatto quasi un patto col diavolo (il Giudeo stesso, antieroe) pur di
impadronirsi del gioco sulla “scacchiera del dolor”?
Quel che al
primo impatto pare esistere letterariamente come una TRINITA’, composta da
narranti e descriventi IO/Padre, Giudeo
– IO/Figlio/Messaggero di Morte – IO/Autore invisibile/Spirito e divinità
creatrice del testo, si traduce in una dualistica, manicheica vicenda in cui
Giudeo e Figlio paiono caratterizzarsi di vita propria, autonomamente
rivendicarla, recidendo il cordone ombelicale dal loro IO/Autore /Maurensig,
che li lascia, pirandelliano, incontrollati orfani, alla ricerca di altro
autore, più adatto e confacente forse a quell’umore di “senso onirico che ha da
tempo invaso anche la veglia, onde aggrapparsi a questa vita immaginando di
giocare a scacchi, un nichilistico IO/SATAN, riposto nella sfera dell’Eroe
nazista”.
Caro Paolo
Maurensig, non ti bastava aver posto dall’altra sponda l’eroico Satan/Nazista,
ti lasci scappare anche quel promettente umano antieroe, col suo figlio
plagiato? Non ti senti ora solo? Ma tu, io lo vedo, quale IO/Auctor, potrai
tutti loro, e tutto, ricapitolare in te, poiché capace, io lo sento, di ricreare
in te altra Divina Trinità.
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Paolo maurensig, col suo libro “La
Variante di Lunenburg”, del 1993, è alla sua 10^ edizione
presso Adelphi Editore, finalista,
secondo Selezione Premio Bancarella,
luglio 1994,
il 19 agosto sarà presente, a
disposizione del pubblico, presso la nuova libreria “Pagina 33”,
Via Cattaneo, 33, dalle ore 19.00;
dopodiché, alle ore 20,30 l’autore sarà presentato da “Pagina 33”, in un
pubblico Incontro, con assicurata presenza del Sindaco, Giuseppe Monaco,
nell’ex Sala del Consiglio, 1° piano del Comune di Nettuno. Onde apre un libero
dibattito, l’argomento sarà introdotto dal Dottor Fiore Leveque, autore
dell’appassionata recensione, qui distesa.
